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Tracce – EP2
Albino Ferri

Un articolo di Luca Sgarro

L’ingresso: dove il tempo ha un profumo preciso.

Entrando in azienda, prima ancora di vedere, si riconosce. Non è un’immagine, è una traccia. Il tè, le spezie, le miscele, l’acqua che incontra la materia e ne libera il carattere: l’aria è attraversata da profumi stratificati che non cercano di colpire, ma di restare.

In un tempo in cui molti prodotti si consumano rapidamente, senza lasciare memoria, il tè appartiene a un’altra grammatica. Richiede attesa, precisione, conoscenza. È un gesto antico, che attraversa culture diverse e si è adattato senza perdere identità. Preparare una tazza di tè non è un’operazione tecnica, è un equilibrio tra temperatura, tempo e materia. Un esercizio di misura.

All’interno di Ferri dal 1905 questa dimensione non è ricostruita, è quotidiana. Le materie prime, gli strumenti, le lavorazioni raccontano una continuità che non si è mai interrotta del tutto. Il profumo, che resta il primo elemento percepibile, è anche il più difficile da spiegare. Non è mai uguale, ma è sempre riconoscibile. È da qui che prende forma il racconto di Albino Ferri. Non da un’idea astratta di impresa, ma da una familiarità concreta, costruita nel tempo.

“Una continuità che non ha bisogno di essere dichiarata”

Albino Ferri non individua un momento preciso in cui ha deciso di diventare imprenditore. Non c’è una soglia, né una scelta formale. Il percorso si è sviluppato per continuità, come spesso accade nelle aziende familiari in cui il lavoro non è separato dalla vita quotidiana.

L’azienda esisteva già, era solida, parte integrante del contesto in cui è cresciuto. I profumi, le lavorazioni, i gesti ripetuti nel tempo hanno costruito una familiarità che ha reso naturale il passaggio verso un ruolo di responsabilità. Senza rotture, senza dichiarazioni.
Ferri si è trovato progressivamente alla guida dell’azienda, con una transizione che non ha avuto bisogno di essere formalizzata. Più che una scelta, una conseguenza.
Tracce - Episodio 2 - Albino Ferri di Ferri dal 1905

Fare impresa: una funzione complessa, non una definizione.

Quando definisce oggi il proprio ruolo, Ferri evita ogni semplificazione. Fare l’imprenditore, osserva, significa fare un’impresa nel senso più letterale del termine. Un’attività che richiede la capacità di tenere insieme competenze diverse, spesso lontane tra loro.

L’imprenditore, soprattutto in una realtà di dimensioni contenute, deve muoversi tra ambiti differenti: gestione economica, visione, tecnica, relazione commerciale. Non esiste una specializzazione che esaurisca il ruolo. Esiste piuttosto una responsabilità diffusa, che attraversa tutta l’azienda.
Questa complessità non è un elemento accessorio. È la condizione normale del lavoro.

Il passaggio generazionale come spazio di libertà.

In molte aziende familiari, il cambio generazionale rappresenta una fase critica. Nel caso di Ferri, ha assunto una forma meno strutturata.
Il padre ha scelto di lasciargli spazio molto presto. Una decisione che Ferri definisce, con lucidità, anche “incosciente”. Ma proprio questa apertura ha prodotto un effetto decisivo: la possibilità di esercitare fin da subito un potere decisionale reale.

Questo ha comportato un doppio movimento. Da un lato, la libertà di esprimere le proprie idee senza filtri. Dall’altro, l’esposizione all’errore.
Gli errori ci sono stati. Non vengono ridimensionati, né nascosti. Sono parte integrante di un percorso che ha permesso di costruire esperienza in modo diretto. In questo senso, la mancanza iniziale di esperienza non è stata solo un limite, ma anche una condizione di apprendimento.
 
Albino Ferri - Tea Master e CEO di Ferri dal 1905 al lavoro mentre crea miscele personalizzate di tè e tisane.

Famiglia e impresa: un equilibrio costruito nel tempo.

Nel racconto di Ferri, la famiglia non è un contesto parallelo all’azienda. È un elemento strutturale.

Prima la famiglia d’origine, poi quella costruita con la moglie, che oggi lavora con lui. Una continuità che attraversa sia il piano personale sia quello professionale.
Lavorare in famiglia comporta vantaggi e criticità evidenti. Quando manca equilibrio, la sovrapposizione tra i due livelli può diventare problematica. Ma quando esiste una reale condivisione di intenti, si genera una forza difficilmente replicabile.

La possibilità di comprendere fino in fondo il peso delle decisioni, di condividerlo anche fuori dall’azienda, diventa un elemento di stabilità. Nel caso di Ferri, questo equilibrio si è costruito nel tempo, senza rigidità, attraverso una pratica quotidiana di confronto.
Tracce - Episodio 2 - Albino Ferri di Ferri dal 1905

Curiosità: una parola che si sta perdendo.

Nel descrivere il proprio settore, Ferri individua un punto preciso. Una parola che ritorna più volte: curiosità.

Non la propone come valore generico, ma come elemento sempre meno presente. Nel mondo dell’ospitalità, osserva, si è affermata una progressiva standardizzazione. Modelli replicabili, procedure consolidate, soluzioni che funzionano e che vengono adottate senza variazioni.

Questo processo ha una sua logica. È efficiente, spesso conveniente. Ma riduce lo spazio per la ricerca.

La curiosità, al contrario, è ciò che ha permesso all’azienda di nascere e svilupparsi. Cercare, analizzare, provare, sperimentare. Non come attività occasionale, ma come metodo.

Secondo Ferri, questo approccio dovrebbe riguardare tutti i livelli del settore. Non solo le figure apicali, ma anche chi si avvicina per la prima volta al lavoro, dalla gestione di una macchina del caffè alla preparazione di una tazza di tè.
Non si tratta di una critica polemica. È una constatazione. La standardizzazione semplifica, ma riduce profondità.
 

Il futuro tra libertà e possibilità.

Il tema della continuità si ripresenta inevitabilmente sul piano familiare. Ferri ha tre figlie. La prospettiva di un passaggio generazionale esiste, ma non è data per scontata. Se dovesse emergere da parte loro una volontà chiara, sostenuta e consapevole, allora il percorso potrebbe proseguire in quella direzione. In assenza di questo, non è prevista alcuna forzatura.

Accanto a questa possibilità, Ferri considera anche altre forme di sviluppo. In particolare, l’aggregazione tra aziende complementari, la costruzione di sinergie tra realtà non direttamente concorrenti. Una visione che guarda oltre il perimetro familiare e apre a modelli più articolati.

Albino Ferri - Tea Master e CEO di Ferri dal 1905 al lavoro mentre crea miscele personalizzate di tè e tisane.

Ciò che resta: una traccia.

Quando gli si chiede che cosa vorrebbe lasciare, Ferri non fa riferimento a elementi materiali o organizzativi.
Torna, ancora una volta, a una parola. Curiosità.

Lasciare curiosità alle nuove generazioni significa trasmettere un metodo prima ancora che un contenuto. Un modo di guardare al proprio lavoro che non si accontenta della soluzione più semplice, ma continua a interrogarsi.
In un contesto sempre più orientato alla standardizzazione, questa posizione richiede attenzione, tempo e disponibilità all’errore. Non offre scorciatoie. Ma è, con ogni probabilità, l’unica che consenta a un’impresa di evolvere senza limitarsi a ripetersi.
Dietro le quinte del secondo episodio di Tracce
Dietro le quinte del secondo episodio di Tracce - Alessandro Garzaniti CEO ChaosLab
Dietro le quinte del secondo episodio di Tracce

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